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Pagina:Le mille e una notti, 1852, I-II.djvu/217


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NOTTE LVIII


Non fu Dinarzade questa notte sollecita quanto la precedente, ma non tralasciò di chiamare prima di giorno la Sultana, e pregarla di continuare la storia del terzo calendero. Scheherazade la proseguì, facendo sempre parlare il calendero a Zobeide:

— « Signora, avendomi uno dei dieci giovani guerci tenuto il discorso che riferii, m’avvolsi nella pelle del montone munito del coltello, e quando si furono data la pena di cucirmi dentro, mi lasciarono colà, e ritiraronsi dal salone. Non istette lungo tempo il roc a farsi vedere; piombò su di me, ed afferratomi fra gli artigli credendomi un montone, mi trasportò sulla vetta d’un monte.

« Sentitomi a terra, non mancai di servirmi del coltello; tagliai la pelle, e sbarazzatomene, comparvi al roc, il quale, appena mi vide, volò via. È il roc un uccello bianco, di grandezza e grossezza mostruosa: la sua forza è tale che rapisce gli elefanti nelle pianure, e li porta sulla cima delle montagne, ove li divora.

« Nell’impazienza di giungere al castello, non perdei tempo, ed affrettai sì bene il passo, che in men di mezza giornata vi giunsi; e posso dire di averlo trovato ancora più bello che non mi venne dipinto. Veduta aperta la porta, entrai in un vasto cortile quadrato, ov’eranvi intorno novantanove porte di legno di sandalo e d’aloè, ed una d’oro, senza contare quelle di parecchie scale magnifiche che conducevano agli appartamenti superiori, ed altre ancora che io non vedeva. Quelle cento porte davano ingresso in giardini, in camere piene di ricchezze, od in luoghi racchiudenti cose stupende.