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Pagina:Le mille e una notti, 1852, I-II.djvu/205


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In fatti lo vidi, ma mi diedi tanta fretta per prenderlo, che mentre lo teneva in mano, intricatomi un piede nella coperta, sdrucciolai, e caddi in sì malo modo sul giovane, che gli piantai il coltello nel cuore: spirò l’infelice all’istante.

«A tale spettacolo gettai spaventevoli grida: mi percossi il capo, il volto ed il petto: mi lacerai le vesti, buttandomi per terra con un dolore ed un rammarico inesprimibili. — Aimè,» sclamai, «gli rimanevano poche ore per essere fuor del pericolo, ad evitar il quale aveva qui cercato un asilo; e quand’io medesimo contava essere passato l’istante fatale, allora appunto ne divengo l’assassino, avverando così la predizione. Ma, Signore,» soggiunsi alzando gli occhi e le mani al cielo, «ve ne chiedo perdono, e se son reo della sua morte, non mi lasciate vivere più oltre...»

Scheherazade, vedendo spuntare il giorno, fu obbligata ad interrompere il funesto racconto. Il soldano delle Indie n’era commosso, e sentendosi inquieto per ciò che dopo sarebbe accaduto al calendero, astenne dal far morire Scheherazade, che sola poteva soddisfare alla sua curiosità.


NOTTE LVI


La sultana, sollecitata dalla sorella a narrare quanto accadde dopo la morte del giovane, continuò nel modo seguente:

— «Signora,» proseguì il terzo calendero, dirigendosi a Zobeide, «dopo la disgrazia accadutami, avrei senza spavento ricevuta la morte, se mi si fosse presentata. Ma il male al par del bene non ci vien sempre quando lo desideriamo. Intanto riflettendo che nè le mie lagrime, nè il mio dolore avrebbero tornato in vita il misero