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Pagina:Le mille e una notti, 1852, I-II.djvu/204


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e lo servii allorchè fu tempo. Poscia inventai un giuoco per sollevarci dalla noia, non solo quel giorno, ma i susseguenti eziandio. Allestii quindi la cena nella stessa guisa onde aveva apprestato il pranzo, cenammo e andammo a letto come il giorno precedente. Frattanto crebbe la nostra amicizia, ed avvistomi ch’egli aveva inclinazione per me, da parte mia ne concepii una sì forte per lui, che spesso diceva fra me, che quegli astrologi i quali predetto avevano al padre, dovess’essergli il figliuolo ucciso dalle mie mani, erano tanti impostori, essendo impossibile che io potessi commettere sì perfida azione. Insomma, o signora, noi passammo in quel sotterraneo trentanove giorni nel modo più dilettevole.

«Sorse il quarantesimo giorno. Alla mattina, svegliandosi, il giovine mi disse con un giubilo che non seppe contenere: — Principe, eccomi al quarantesimo giorno, e non sono morto, grazie a Dio ed alla vostra buona compagnia. Mio padre non mancherà in breve di attestarvene la sua riconoscenza, e somministrarvi tutti i mezzi ed i comodi necessari per ritornare nel vostro regno. Ma frattanto,» soggiunse, «vi prego a voler far scaldare un po’ d’acqua, acciò mi possa lavar tutto nel bagno portatile, poichè voglio ripulirmi e cangiar d’abito onde ricevere meglio mio padre.» Posi dunque al fuoco dell’acqua, e quando fu tepida, ne empii il bagno, ed entratovi il giovine, lo lavai io medesimo. Uscitone, si coricò nel letto, ch’io aveva preparato, e lo copersi poi colla solita coltre. Riposato ch’ebbe e dormito qualche tempo. — Principe,» disse, «fatemi il favore di portarmi un popone e zuccaro, che voglio mangiarne per rinfrescarmi.

«Scelsi il miglior popone che ci rimaneva, lo posi sur un piatto, e non trovando coltelli da tagliarlo, chiesi al giovane se sapesse indicarmene. — Eccone là uno,» mi rispose, «su quella cornice, sopra la mia testa.»