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Pagina:Le mille e una notti, 1852, I-II.djvu/203


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duta da dieci giorni, s’affrettò subito a celarmi qui, e mi promise che tra quaranta giorni verrebbe a riprendermi. Io poi,» soggiunse, «ho buona speranza, e non credo che il principe Agib voglia venire a cercarmi sotto terra, in mezzo ad un’isola deserta. Ecco, o signore, quanto aveva da dirvi.

«Mentre il figlio del gioielliere mi raccontava la sua storia, io rideva tra me degli astrologi, i quali avevano predetto che gli avrei tolta la vita, e tanto mi sentiva lontano dal verificare la loro predizione, che appena ebb’egli finito di parlare, gli dissi con trasporto: — Mio caro signore, abbiate fiducia nella bontà di Dio, e non temete di nulla. Io sono beato, dopo il mio naufragio, di trovarmi fortunatamente qui per difendervi contro chi volesse attentare alla vostra vita, e non vi abbandonerò per tutti i quaranta giorni che le vane congetture degli astrologi vi fanno paventare. Io vi renderò in questo tempo tutti i servigi che da me dipenderanno, profitterò quindi dell’occasione per imbarcarmi con voi col permesso di vostro padre, e di ritorno nel mio regno, non mi dimenticherò di voi, e prometto di dimostrarvene tutta la mia riconoscenza.

«Rassicurato con tale discorso il figlio del gioielliere, seppi guadagnarmene l’affetto. Mi guardai però bene, onde non ispaventarlo, dal dirgli che io era il tanto temuto Agib, e presi cura di non dargliene alcun sospetto. Discorremmo fino a notte, e conobbi che il giovane aveva molto spirito; poi mangiammo insieme delle sue provvisioni, delle quali aveva sì gran copia, che ne avrebbe avuto di sopravanzo pei quaranta giorni, quand’anche avesse trattato altri ospiti; dopo cena, trattenutici ancora alcun tempo conversando, andammo finalmente a dormire.

«La mattina appresso, quando si destò, gli presentai il bacino e l’acqua: si lavò, ed io preparai il pranzo,