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Pagina:Le mille e una notti, 1852, I-II.djvu/197


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che non cesserà di essere funesta a tutti quelli, cui toccherà la sventura di avvicinarvisi, finchè non venga rovesciata.

«Ciò detto, il pilota si rimise a piangere, e le sue lagrime eccitarono quelle di tutto l’equipaggio, talchè neppur io dubitai non fosse giunto il termine de’ miei giorni. Nessuno intanto tralasciò di pensare alla propria conservazione, prendendo a tal uopo tutte le misure possibili; e nell’incertezza dell’evento, si dichiararono tutti eredi gli uni degli altri, con un testamento in favore dei superstiti.

«La mattina seguente scorgemmo ad occhio nudo la Montagna Nera, e l’idea che ne avevamo concepita, ce la fece comparire più terribile. Verso mezzogiorno ci trovammo tanto vicini, che provammo quanto ne aveva prodotto il pilota: vedemmo, cioè, volare i chiodi e gli altri oggetti di ferro della flotta verso la montagna, a cui, per la violenza dell’attrazione, si attaccarono con orrendo fragore. Aprironsi i vascelli, ed affondarono nel mare, il quale era tant’alto in quel sito, che non ne avremmo potuto collo scandaglio conoscere la profondità. Tutta la mia gente rimase annegata, ma il cielo ebbe pietà di me, e permise che mi salvassi, afferrando una tavola che fu dal vento sospinta al piè dello scoglio. Non mi feci alcun male, avendomi la mia buona sorte fatto approdare in un luogo ov’erano gradini per salire alla cima....»

Voleva Scheherazade continuare, ma il giorno che spuntata le impose silenzio.


NOTTE LIV


— In nome del cielo, sorella,» sclamò l’indomani Dinarzade, «continua, te ne scongiuro, la storia del