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Pagina:Le mille e una notti, 1852, I-II.djvu/195


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«Io ho nome Agib, e sono figlio d’un re che si chiamava Cassib. Dopo la sua morte presi possesso de’ suoi stati, e fissai dimora nella stessa città, in cui egli aveva la sua residenza, e ch’è posta sulla spiaggia del mare. Possedeva essa un porto de’ più belli e sicuri, con un arsenale grande abbastanza da provvedere all’armamento di centocinquanta vascelli da guerra, sempre pronti ad ogni occasione; da allestirne cinquanta di mercanzie, ed altrettante picciole fregate leggiere per le passeggiate ed i divertimenti sull’acqua. Parecchie belle province componevano il mio regno in terra ferma, con un buon numero di grandi isole quasi tutte situate in vista della mia capitale.

« Visitai in primo luogo le province; feci poscia equipaggiare tutta la flotta, e andai a sbarcare nelle isole, per conciliarmi colla mia presenza il cuore de’ sudditi, e raffermarli nel dovere. Non molto dopo il mio ritorno, ripresi questi viaggi, volendo acquistar qualche idea della navigazione, e n’ebbi tanto piacere, che risolsi di tentar scoperte al di là delle mie isole. A tal uopo, fatti allestire dieci vascelli, m’imbarcai e sciogliemmo le vele.

«Per quaranta giorni la nostra navigazione fu felice, ma la notte del quarantesimoprimo il vento si scatenò con tal furia, che, sbattuti da violentissima tempesta, poco mancò non naufragassimo tutti. Sull’alba abbonacciò il vento, le nubi si dissiparono, e sorto il sole, approdammo ad un’isola, ove ci fermammo due giorni per prendere rinfreschi. Rimessici poi in mare, dopo dieci giorni di navigazione speravamo di veder terra, poichè la burrasca da noi sofferta avevami distolto dal mio disegno, e fatto drizzar le prue verso i miei stati, quando m’accorsi che il nocchiero non sapeva ove fossimo. In fatti, il decimo giorno un marinaio, posto alla vedetta in cima dell’albero maestro, riferì che a destra ed a manca non