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contiene il fondamento, i precetti e le regole della nostra religione; e all’oggetto d’istruirmene a fondo, lessi le opere degli autori più accreditati che lo illustrarono co’ loro commenti. Aggiunsi a tal lettura la conoscenza di tutte le tradizioni raccolte dalla bocca de’ nostri profeti dai grandi uomini loro contemporanei. Nè mi contentai d’imparare tutto ciò che riguarda la nostra religione, ma feci inoltre uno studio particolare delle nostre storie, e mi perfezionai nelle belle lettere, nella lettura de’ nostri poeti, nell’arte di far versi. Mi applicai alla geografia, alla cronologia ed a parlare puramente la nostra lingua, senza però trascurare alcuno degli esercizi convenienti ad un principe. Ma la cosa che più mi piaceva e nella quale precipuamente riuscii, era formare i caratteri della nostra lingua araba, e vi feci tai progressi, che superai i professori tutti del nostro regno, che acquistata eransi maggior riputazione nello scrivere.

«La fama mi fece più onore che non meritassi, poichè non si accontentò di spargere la voce de’ miei talenti negli stati del re mio padre, ma la spinse fino alla corte delle Indie, il cui possente monarca, voglioso di vedermi, inviò un ambasciatore con ricchi donativi per domandarmi a mio padre, ch’ebbe grande soddisfazione di tale ambasciata per più ragioni, essendo persuaso che nulla convenisse meglio ad un principe della mia età, quanto l’andare a far conoscenza delle corti straniere; e d’altronde era contento di procacciarsi l’amicizia del sultano delle Indie. Partii dunque coll’ambasciatore, ma con poco seguito, stante la lunghezza e difficoltà delle strade.

«Era un mese che ci trovavamo in cammino, quando scoprimmo da lungi un gran nembo di polvere, diradato il quale vedemmo comparire cinquanta cavalieri ben armati. Erano ladroni che spingevansi alla nostra volta di gran galoppo....»