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Pagina:Le mille e una notti, 1852, I-II.djvu/151


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lazzo del re mio zio, i vapori del vino mi montavano alla testa; pure non lasciai di recarmi al mio appartamento, e mettermi a letto. Alla domane, svegliandomi, riflettei a quanto m’era occorso la notte, e richiamatemi in mente tutte lo circostanze di un’avventura sì singolare, mi parve un sogno, talchè, occupato di tal pensiero, mandai a chiedere se il principe mio cugino fosse visibile. Ma quando mi fu riferito che non aveva dormito in palazzo, ignorarsi che cosa fosse di lui, e che tutti ne stavano in gran pena, giudicai che lo strano avvenimento della tomba pur troppo era vero. Ne fui afflittissimo, ed involandomi all’altrui vista, mi recai segretamente al pubblico cimitero, dov’era un’infinità di tombe simili a quella da me veduta; passai tutta la giornata a rimirarle ad una ad una, ma non seppi trovare quella che cercava, sebbene ripetessi per quattro giorni le indagini.

«È d’uopo sapere che, durante quel tempo, il re mio zio era assente da più giorni, trovandosi alla caccia. Mi stancai di aspettarlo, e pregati i suoi ministri di fargli al suo ritorno le mie scuse, partii per restituirmi alla corte del re mio padre, da cui io non soleva stare tanto tempo lontano. Lasciai i ministri del re mio zio inquietissimi di non sapere notizie del principe mio cugino; ma, per non violare il giuramento da me fatto di mantenergli il segreto, non volli comunicar loro nulla di quanto sapeva, e li lasciai nella loro agitazione.

«Giunsi alla residenza di mio padre, e, contro il solito, trovai alla porta del palazzo una numerosa guardia, dalla quale, entrando, fui circondato, e chiestane la ragione, l’ufficiale che la comandava mi rispose: — Principe, l’esercito ha riconosciuto il gran visir in vece del re vostro padre, che più non esiste; debbo dunque ritenervi prigioniero per ordine