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il quale spedì un corriere a Vienna per sapere come io dovessi essere trattato. Si rispose che non mi ponessero nell’infermeria, ma che mi servissero nel carcere colla stessa diligenza che se fossi nell’infermeria. Di più autorizzavasi il soprintendente a fornirmi brodi e minestre della sua cucina, finchè durava la gravezza del male.

Quest’ultimo provvedimento mi fu a principio inutile: niun cibo, niuna bevanda mi passava. Peggiorai per tutta una settimana, e delirava giorno e notte.

Kral e Kubitzky mi furono dati per infermieri; ambi mi servivano con amore.

Ogni volta ch’io era alquanto in senno, Kral mi ripeteva:

— Abbia fiducia in Dio; Dio solo è buono.

— Pregate per me, dicevagli io, non che mi risani, ma che accetti le mie sventure e la mia morte in espiazione de’ miei peccati. —

Mi suggerì di chiedere i sacramenti.

— Se non li chiesi, risposi, attributelo alla debolezza della mia testa; ma sarà per me un gran conforto il riceverli. —

Kral riferì le mie parole al soprintendente, e fu fatto venire il cappellano delle carceri.