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88 le confessioni d’un ottuagenario.

non voglio ingannarti. Una passione mista di rabbia, d’orgoglio, d’ambizione ti divora lentamente: il suo morso avvelenato è incurabile. Soccomberai senza dubbio. Ma credi tu che l’anima non possa sollevarsi sulle malattie del corpo, e prescrivere a se stessa un fine grande, glorioso?.. —

Giulio si sfregolava smarrito gli occhi, le guancie, la fronte. Tremava da capo a piedi, tossiva di tratto in tratto, e non poteva articolare parola.

— Credi tu, — riprese Lucilio, — credi tu che sotto questa mia scorza dura e ghiacciata non si celino tali tormenti che mi farebbero preferire l’inferno, nonché il sepolcro, alla fatica di vivere? — Or bene; io non voglio morire piangendo me, compassionando a me, badando solo a me, come il pecoro sgozzato!... Quando le membra saranno consunte, l’anima fuggirà da esse libera, forte, beata più che mai! .. Giulio, lascia morire il tuo corpo, ma difendi contro la viltà, contro l’abbiezione un’intelligenza immortale! —

Io guardava il gruppo di quelle due figure, l’una delie quali pareva infondere nell’altra il coraggio e la vita. Alle parole, al contatto del dottore, Giulio si drizzava della persona e si rianimava negli occhi; la vergogna gli ottenebrava nobilmente la fronte, ma l’anima ridestata a un grande sentimento coloriva i segni della prossima morte d’un sublime splendore. Non tossiva, non tremava più; il sudore dell’entusiasmo succedeva a quello della malattia; la sua bocca balbettava ancora parole tronche e confuse, ma solo per impazienza di pentimento e di generosità. Fu un vero miracolo. — Avete ragione, rispose egli alla fine con voce calma e profonda. — Fui un vile finora; non lo sarò più. Morire debbo certamente, ma morrò da forte, e dallo sfacelo del corpo andrà salva l’anima mia!... Vi ringrazio, Lucilio!... Venni qui a caso, per abitudine, per disperazione; venni desolato, avvilito, infermo, partirò con