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mo. Bonaparte cacciò in prigione gli inviati; quelli di Parigi credo non giungessero neppure in tempo da recitare la loro commedia. Una bella mattina il Villetard, lagrimoso coccodrillo, capitò ad annunziare in piena adunanza che Venezia doveva sacrificarsi al bene di tutta Europa, che gli piangeva il cuore di tale necessità, ma che dovevano subirla con grande animo; che la Repubblica Cisalpina offeriva patria, cittadinanza e perfino il luogo ad una nuova Venezia, per quanti fra essi rifuggivano dalla nuova servitù: e che i danari dell’erario e la vendita dei pubblici averi servirebbe a confortare il loro esiglio di qualche agiatezza. La superba indole italiana si rivelò subitamente a quest’ultima proposta. Deboli, discordi, creduli, ciarlieri, inetti sì, venali non mai! — Tutta l’adunanza diede in un grido d’indignazione; si rifiutarono le indegne offerte, si rifiutò di approvare quanto la Repubblica francese aveva sì facilmente e barbaramente consentito, si decise di rimettere nel popolo la somma delle cose, dimandando a lui la scelta fra servitù e libertà. Il popolo votò frequente, raccolto, silenzioso; e il voto fu per la libertà; indi la Municipalità si disciolse, e molti partirono per l’esiglio, donde alcuni, Vidiman fra gli altri, non tornarono mai più. Villetard ne scrisse a Milano, e Bonaparte rispose altero, schernitore, ma furibondo. Lasciarsi schiacciare ma non obbedire è ancora un delitto pei tiranni. Serrurier entrò a quei giorni, vero beccamorti della repubblica. Disalberò le navi, mandò a Tolone cannoni, gomene, fregate e vascelli, diede un’ultima mano al saccheggio della cassa pubblica, delle chiese, e delle gallerie, raschiò le dorature del Bucintoro, fece baldoria del resto, e si assicurò per sempre dal rimorso di aver lasciato pei nuovi padroni il valsente vivo d’un quattrino. Questo fu il rispetto all’alleanza giurata, alla protezione promessa, ai sacrificii ingiusti, e vilmente forse, più che generosamente consentiti. Così ado-