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mare della vita, ma le forze gli mancavano, l’acqua gli saliva al petto e alla gola; già ne avea piene le fauci, già la mente si scombujava nell’abisso del nulla e dell’obblio, dove non più superbia, non più speranza; il nulla, il nulla, eternamente il nulla. Si scoteva dal sogno affannoso con un ribrezzo che somigliava viltà; sentiva di aver paura, e la paura gli cresceva dalla propria dappocaggine. — Oh la vita, la vita! datemi ancora un anno, un mese, un giorno solo della mia vita piena, confidente, rigogliosa d’un tempo! Tanto che possa rinfiammare un lampo d’amore, bearmi di piacere e d’orgoglio e morire invidiato sopra un letto di rose! Datemi un giorno solo del mio bollor giovanile, perché possa scrivere a caratteri di fuoco una maledizione, che abbruci gli occhi di quelli che oseranno leggerla, e rimanga terribilmente famosa fra i posteri, come il Mane Tecel Fares del convito di Baldassarre! Ch’io muoja sì, ma che possa, coll’ultimo grido dell’anima lacerata, sgominare per sempre gli impudenti tripudii di coloro che non ebbero una lagrima pei miei dolori!... Se mi è vietata la felicità d’amore, la coppa felice degli Dei, mi rimanga almeno l’immortalità di Erostrato, e la superbia dei demonii! —

Così farneticava lo sciagurato stringendo la penna con mano convulsa, e cercando disperatamente nella tetra fantasia quelle parole tremende, infernali, che dovevano prolungare nella posterità la sua vita di martirio, e vendicarlo delle angoscie sofferte. Da un turbine vorticoso d’idee monche e cozzanti, d’immagini camaleontiche, di passioni mute e furenti, non uscivano che due pensieri dozzinali e quasi codardi: la rabbia della felicità altrui, e l’orrore della morte! Almeno avess’egli potuto imprimere a tali pensieri quell’impronta straziante di verità, nella quale l’uomo si specchia rabbrividito, e non può a meno d’ammirare il lugubre profeta che lo satolla d’orrore e di