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l’impossibile, e onnipotente la propria debolezza. Ma quando, ricredendoci da questa opinione giovanile, qualche cosa di forte, qualche cosa di sano ci resta, la vita serba ancora per noi un’ora di riposo se non di gioia. La vera disperazione ci atterra allora soltanto, che, tornati alla coscienza della nostra inerzia, non troviamo nessun punto ove appoggiare la speranza, nessuna nuvola da appendervi l’orgoglio. Allora lo smarrimento dello spirito ci fa traballare come ubriachi, e cader supini per non più rialzarci a mezzo il cammino della vita. Non più labbra che ci sorridano, non più occhi che ci invitino, e profumo di rose, e varietà di prospetti, e barbaglio di luce che ne persuada ad andare avanti. Il buio dinanzi, ai lati, sul capo; di dietro la memoria inesorabile che, colle immagini dei mali crescenti sempre e dei beni per sempre fuggiti, ci toglie la forza della volontà e la potenza del moto.

Tale Giulio restava dopo quei notturni delirii d’impotente poesia: tanto più misero e abbietto, quanto meglio sentiva la vanità di quella sognata grandezza. Come Nerone, cred’io egli avrebbe tagliato la testa al genere umano per ottenere dalla Pisana non un sorriso d’amore, ma un’occhiata di desiderio, e vedere frementi le labbra, e sconfitta l’arrogante sicurezza di quel rivale abborrito. Mettere a sì alto prezzo una semplice occhiata, egli che pochi momenti prima si dava ad intendere d’aver sotto i piedi ogni cosa del mondo! — Quale avvilimento! E non poter nemmeno ricorrere per ultimo scampo all’idea della morte!... No, non lo poteva!... Una morte gloriosa, compianta, lagrimata gli avrebbe sorriso come un’amica; ma allora il trionfo del còrso e l’indifferenza della Pisana lo perseguitavano perfin nel sepolcro. Ben s’arrende alla morte chi sa di poter vivere, ma egli, senza osare confessarlo a se stesso, fiutava con raccapriccio nelle sue carni scalducciate ed informi l’odore dei vermi. Egli lottava disperato nel