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parola; svanito tuttociò, non discerneva più il Giulio d’altri tempi. Fosse anche restato tal quale, gli é assai dubbio se il bell’officiale non glie lo avrebbe fatto dimenticare; ad ogni modo non lo curava più, non lo amava per nulla; forse anco non lo avea mai amato, e da ultimo non voglio ficcarmi addentro in tante conghietture, perché, tra la materia così arcana e confusa com’è l’amore, e il temperamento precipitoso, variabile, indefinito della Pisana, non ci caverei un pronostico da far onore al lunario.

Giulio scappava alle volte colle mani alle tempie, e i furori della gelosia e dell’orgoglio offeso nel cuore. Cercava fra le ombre della notte, sulle fondamenta più lontane e spopolate, quella pace che gli fuggiva dinanzi come la nebbia a chi sale una montagna. Là, sotto il pallido sguardo della luna, al fresco ventolino dell’aura marina, al lontano mormorare dell’Adriatico, un ultimo sforzo di poesia lo faceva risorgere da quel profondo abbattimento. Pareva che i fantasmi rinatigli d’improvviso in capo lo sospingessero a una corsa sfrenata, a un’ultima baldoria di vita e di gioventù. Gli pareva allora di essere o un genio che ha creato un poema come l'Iliade, o un generale che ha vinto una battaglia, o un santo che ha calpestato il mondo e si sente degno del cielo. Amore, gloria, ricchezza, felicità, tutto era poco per lui. Reputava spregevoli e basse queste fortune terrene e passeggere, si sentiva maggiore di esse, e capace di guardarle come il pascolo di esseri sozzi e striscianti. Ergeva alteramente il capo, fissava il cielo quasi da eguale a eguale, e diceva fra sé: — Tutto che io voglia fare lo farò! Quest’anima mia chiude tanta potenza da sollevare il mondo; il punto di leva io l’avrei insegnato ad Archimede; è la fortezza dell’animo! — Misere illusioni! Provatevi a toccarne una sola, ed essa vi svanirà fra le dita come l’ala di una farfalla. Ognuno, almeno una volta in sua vita, ha creduto facile