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della perduta felicità. Allora rompeva per breve tempo il suo silenzio da certosino; le sue parole somigliavano un canto su quelle labbra pure e fervorose; ricordava con dolore infinito, con amara voluttà, senz’ombra di odio o di rancore.

Quello invece che smaniava daddovero e sempre era Giulio Del Ponte. In lui era risuscitata con maggior violenza quella malattia che l’avea menato in fil di morte al tempo delle civetterie della Pisana col Venchieredo. Stavolta peraltro egli pareva più debole, più affranto, e il suo competitore a tre doppi più bello, più spensierato, più certo della vittoria. Io non andava mai in casa Navagero, perché ne avrei avuto troppo grave angoscia, ma me ne dava novelle Agostino Frumier. Quello sciagurato di Giulio si ostinava indarno a possedere un cuore che gli sfuggiva sempre più. Ricominciava la lotta del cadavere col vivo; lotta spaventevole che prolunga i dolori e lo spavento dell’agonia, senza dare nè il desiderio nè la pazienza della morte. Il suo volto, scarnato dall’etisia, contraffatto dal dolore e dalla rabbia, metteva raccapriccio: lo spirito gli si torceva impotente e furioso in un perpetuo giro di pensieri truci ed orribili; se mai si sforzava di mostrare qualche brio, i suoi occhi, il sorriso, la voce si contrapponevano alle parole. Il fiato gli mancava, il discorso gli si ingarbugliava per l’idea dolorosa e inesorabile che lo preoccupava. La stizza di non poter essere piacevole lo guastava peggio che mai, e gli spremeva dalla fronte il vero sudore della morte. Il gaio officiale còrso si prendeva beffe di quello spettro che si frammischiava coi suoi ossi sporgenti, coi capelli irti e le mani tremolanti alla loro allegria. La Pisana non si accorgeva di lui, o accorgendosene lo trovava così brutto e ingrugnato, che le scappava ogni voglia di guardarlo due volte. Esso le avea piaciuto per la sua vivacità e la magia de’ modi, e la copia e l’incanto della