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vinceva la stessa immaginazione!.... Con ogni sforzo di mente e di cuore era giunto là dove impossibile l’avanzare e il retrocedere: era giunto a diffidare di sè, dopo una si lunga sequela di continui trionfi. La fiducia avuta per l’addietro aggiungeva alla sconfitta una vera disperazione. Tuttavia non credo ch’egli si desse per vinto; giacchè egli era di quella tempra che cede solamente alla frattura della morte. Ma l’amore diventò in lui rabbia, odio, furore: e in quelle ultime parole rivolte amaramente alla Clara, la sola superbia lottava forse ancora. L’amore s’era sprofondato dentro l’anima sua, ad attizzarvi un incendio di tutte quelle passioni, che prima servivano a lui ubbidienti e quasi ragionevoli. La donzella nulla rispose agli insulti ch’egli le scagliava; ma quel silenzio esprimeva più cose d’un lungo discorso, e Lucilio tornò a saltargli contro con un impeto di rimbrotti e d’imprecazioni, come il toro furibondo, che impedito di uscir dall’arena si spacca il cranio contro lo steccato. Infuriò a sua posta con grande scandalo della madre Redenta, e molta compassione della Clara; indi la volontà riebbe il freno di quelle furie scomposte, e fu tanto forte e orgogliosa da persuaderlo ad andarsene, lanciando per ultimo saluto alla donzella uno sguardo di pietà insieme e di sfida. Lo ripeto ancora, che la ferita dell’orgoglio fu in lui forse più profonda che quella dell’amore; infatti anche in quei terribili momenti egli ebbe campo a pensare di ritirarsi coll’onor delle armi. Io sarei morto ingenuamente di crepacuore; egli si sforzò a vivere, per persuadere se stesso che delle proprie passioni, della propria vita egli era sempre il solo padrone. Fosse poi vero non potrei assicurarlo. Anzi io mi ricordo averlo veduto a quei giorni; e benché fossi anche troppo occupato de’ casi miei, pure non mi sfuggì affatto una tal quale costernazione, ch’egli si studiava indarno di celare sotto la solita austera imperturbabilità. A poco a poco peraltro vinse