Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/60


ficenza. Così sognando m’addormentai, e sognai poscia dormendo, e svegliatomi di buon mattino rappiccai il filo ai sogni del giorno prima.

Amilcare mi domandò ragione di quella mia continua fantasticaggine, ed io fuori a contargliene più forse che non avrebbe voluto. — Vergogna! un segretario della Municipalità perdersi in cotali grullerie! Oh non arrossivi di esser geloso di un vecchio aristocratico bavoso e slombato; e di sdilinquire scioccamente per una vanerella che pur di maritarsi avrebbe sposato un satiro?... Questo già si vedeva apertamente; e il bel contratto che sarebbe stato il mio di sostenere una tal parte!... Meglio attendere a mostrarsi uomo, darsi tutto alla patria, al culto della libertà, allora appunto che ci stava addosso tanto bisogno! —

Amilcare parlava col cuore e mi persuase; non valeva proprio la pena di inasinire dietro la Pisana; invece le cure del Governo esigevano tutto il mio tempo, tutta la mia premura. Feci forza a me stesso; perdonai la vita al Navagero, e quella scena ch’io aveva immaginata da rappresentarla alla Pisana prima di annegarmi o di partire per l’Arabia, la mutai in una tacita apostrofe: — Sta’ pure, spergiura! Sei indegna di me! — Che io avessi il diritto dì pronunciare una tale sentenza, ne dubito alquanto. Primo punto la ragazza nulla mi aveva giurato, e in secondo luogo la mia pietosa cessione in favore di Giulio del Ponte, e la successiva trascuraggine, potevano averle dato a credere che mi fosse uscita dal cuore ogni smania di farla mia. Invece io so benissimo che mai non ne ho smaniato tanto come allora; ma la bizzarrìa e l’incredibilità del mio temperamento mi obbligavano appunto a non tenerle nascoste le sue intime transazioni. Il fatto sta peraltro, che decisi di romperla colla ferma convinzione di esser io la vittima: e questo mi autorizzava a farle ancora il patito più che non me lo consentissero i miei intendi-