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taneo sacrifizio alla sapienza dei tempi, alla giustizia e al bene di tutti, rimise la tranquillità nel buon popolo veneziano. Come il dente d’un topo basta per far calare a fondo una nave tarlata, così l’intrigo di un segretariuccio parigino, di quattro o cinque traditori, e d’alcuni repubblicani, avea bastato per rovesciare quell’edifizio politico che avea resistito a Solimano II e alla lega di Cambrai. Rivolgimenti senza grandezza perchè senza scopo; ai quali dovrebbero chiedere lume d’esperienza i caporioni di partito, quando la fortuna consegna alle loro mani la sorte della patria. Quattro giorni dopo, barche veneziane condussero a Venezia truppe francesi: e una città, difesa pochi giorni prima da undicimila Schiavoni, da ottocento pezzi d’artiglieria, e da duecento legni armati, si consegnò spoglia, volontaria, incatenata alla soldatesca balìa di quattromila venturieri capitanati da Baraguay d’Hilliers. La Municipalità fece codazzo a costoro, fra il silenzio e il disprezzo della folla. Io pure come segretario, ebbi la mia parte di quei taciti insulti; ma l’entusiasmo della Pisana, e le esortazioni di mio padre mi animarono a tutto sopportare per amore della libertà. Compativa agli ignoraranti, nè credeva di compatire ai miseri. Il mio coraggio fu debolmente smosso dalle risposte, venuteci dalle provincie di terraferma, all’invito di accedere al nostro governo. I podestà tentennavano, i generali francesi si beffavano di noi. Venezia rimase sola colla sua libertà di falso conio. — L’Istria e la Dalmazia venivano intanto occupate dall’Austria, giusta la facoltà concessa dai segreti preliminari di Leobèn. Anche questo non mi andava a versi. La Francia con flotte veneziane si impadroniva de’ nostri possedimenti nell’Albania e nell’Ionio; minaccia di peggiori oltracotanze. Povero segretario! io non aveva testa bastevole da accordare tutte queste contraddizioni e farmene un criterio. Sospirava, lavorava, e aspettava di meglio. Intanto gioverà notare il peccato per cui cadde