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470 le confessioni d’un ottuagenario.

I Veneziani, anche nel millesettecento ottanta, si reputavano i naturali rintuzzatori della prepotenza mussulmana, perchè l’ammiraglio Emo, con una dozzina di galee, avea tentato gloriosamente qualche rappresaglia contro Tunisi. Era omai l’unica scusa di loro esistenza e si incaponivano a crederla vera. Quando poi la terribile riprova statistica d’una guerra generale mise in mostra i duecento vascelli d’Inghilterra e i quattordici eserciti di Francia; e la fine strozzata di quella lotta titanica confermò se non altro la nullità politica di Venezia, e che l’Europa non abbisognava omai di alcun freno contro i Turchi; e che se ancora ne abbisognasse, frenarli certamente non toccava a lei; allora essa cominciò a stimarsi non quello che avrebbe voluto essere, ma quello che era veramente. Se questo primo esame di coscienza generò un frattempo di avvilimento, fu indizio di senno civile e di salutare vergogna. Non insultiamo a coloro che morti solo da jeri, già cominciarono a rivivere, mentre si onorano gli altri che con grandissimo scalpore non son giunti a vivere che per la calcolata tolleranza di tutti.

Intanto io tornava a Venezia che quel torpore d’inerzia e di vergogna era al suo colmo. Non commercio, non ricchezza fondiaria, non arti, non scienze, non gloria, nè attività di sorta alcuna: pareva morte, e certo era sospensione di vita. Dovendo immischiarmi negli affari commerciali di Spiro mio cognato, toccai con mano l’indolenza e l’infelicità di quelle funzioni sociali, da cui la storia della Repubblica rilevava le sue più splendide pagine. Mettermi a capo d’una riscossa, e ridestare una qualche operosità in quelle forze irrugginite e stagnanti, fu mio primo pensiero. Poco si poteva tentare perchè quasi nulla si aveva; ma chi ben comincia è alla metà dell’opera. Giudicai che Spiro non sarebbe stato alieno dal mio divisamento; nè rifuggii dall’arrischiare nel magnanimo tentativo il credito e le