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capitolo ventesimo. 465

l’anima sua che nel partire risalutava la mia. Mi stringeva ancora per mano, le sue labbra sorridevano, gli occhi guardavano ancora; ma la Pisana era già salita ad avverare le sue eterne speranze. Lo credereste? Nessuno si mosse dal suo posto; tutti restammo là immobili, silenziosi,, a contemplare la serenità di quella morte; Lucilio mi raccontò poi di aver pianto esso pure ma quasi di consolazione; io non lo vidi allora come nulla vidi per tutto quel giorno. Non mi mossi, non piansi nè parlai, finchè non tolsero dalla mia la mano della Pisana per adagiarla nella bara. Allora io stesso le composi intorno le vesti, io stesso la deposi nel suo ultimo letto, e all’ultimo bacio che le impressi sulle labbra mi parve che l’anima mia fosse fuggita insieme alla sua.

Per molti giorni rimasi che non sapeva d’essere nè morto nè vivo: ma era sospensione di vita e non disperazione, per cui a poco a poco il pensiero si sciolse da quel letargo, e riebbi finalmente la coscienza di me e la memoria di quanto era stato, per riaver insieme la fortezza che mi abbisognava onde ubbidire agli ultimi desiderii della Pisana. D’allora in poi la mia indole assunse una gravità e una fermezza non mai avuta dapprima; e l’educazione ch’io diedi a’ miei figliuoli s’inspirò tutta da quei magnanimi esempi di virtù e di costanza. Quando l’Aquilina mi rimproverava dolcemente di avventurarli così ad un destino compassionevole e tempestoso, bastava ch’io le ricordassi la morte della Pisana perchè ella si ritraesse dicendo che aveva ragione! Infatti non si deve guardare nè a pericoli nè a sacrifizi per meritare una tal morte.

Pochi giorni prima che partissimo da Londra, arrivò la notizia che Sua Eccellenza Navagero era passato a miglior vita lasciando la Pisana sua erede universale, e ov’ella morisse senza testamento, instituendo con ogni suo avere uno spedale che dovea portare il nome di lei. Possedeva