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sicurezza e gioja; erano i traditori: altri sfavillavano d’un vero contento, d’un orgoglio bello e generoso pel sacrifizio, che cassandoli dal libro d’oro li rendeva liberi e cittadini. Fra questi io ed Agostino Frumier sedevamo stringendoci per mano. In un canto della sala, venti patrizi al più stavano ravvolti nelle loro toghe, rigidi e silenziosi. Alcuni vecchioni venerandi che non comparivano da più anni al Consiglio, e vi venivano quella mattina ad onorare la patria del loro ultimo e impotente suffragio; qualche giovinetto fra loro, qualche uomo onesto che s’inspirava dai magnanimi sentimenti dell’avo, del suocero, del padre. Mi stupii non poco di vedore in mezzo a questi il Senatore Frumier e il suo figlio primogenito Alfonso; giacché li sapeva devoti a San Marco, ma non tanto coraggiosamente, come mi fu chiaro allora. Stavano uniti e quasi stretti a crocchio fra loro; guardavano i compagni non colla burbanza dello sprezzo, nè col livore dell’odio, ma colla fermezza e la mansuetadine del martirio. Benedetta la religione della patria e del giuramento! Là essa risplendeva d’un ultimo raggio senza speranza, e tuttavia ripieno di fede e di maestà. Non erano gli aristocratici, non erano i tiranni né gli inquisitori; erano i nipoti dei Zeno e dei Dandolo, che ricordavano per l’ultima volta alle aule regali le glorie, i sacrifizii e le virtù degli avi. Li guardai allora stupito ed ostile; li ricordo ora meravigliato e commosso; almeno io posso ridere in faccia alle storie bugiarde, e non evocare dall’ultimo Maggior Consiglio di Venezia una maledizione all’umana natura.

In tutta la sala era un sussurrio, un fremito indistinto; solo in quel canto oscuro e riposto regnavano la mestizia e il silenzio. Fuori il popolo tumultuava; le navi che tornavano dal disarmamento dell’estuario, alcuni ultimi drappelli di Schiavoni che s’imbarcavano, le guardie che contro ogni costume custodivano gli aditi del palazzo ducale, tutti