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32 le confessioni d'un ottuagenario.

rati; giacchè temperamenti uguali al suo, tanto rigogliosi di passione e di vita, non si rassegnano così facilmente nè all’apatia nè alla morte. Per essi la lotta è un bisogno; e senza speranza non può esservi lotta. — Giulio Del Ponte non fu il solo che si scotesse alla romana apostrofe del Foscolo; anche Lucilio la onorò d’un sorriso tra l’amichevole e il pietoso; ma non credette opportuno rispondere direttamente.

— Chi di voi, — soggiunse egli, — chi di voi ha badato questa sera al Villetard mentr’io esponeva le sue condizioni all’ex-Procuratore?

— Ci ho badato io; — soggiunse un uomo alto e ben tarchiato, che seppi esser lo Spada, quello che volea darsi per compagno al Manin, nel nuovo governo. — Egli mi avea viso di traditore!

— Bravo, cittadino Spada! — riprese Lucilio — soltanto egli crederà di essere niente più che un buon servitore del proprio paese, un ministro accorto e fortunato. Già è qualche tempo che sulle bandiere di Francia la gloria ha preso il posto della libertà!

— E che volete farci? — sclamò rozzamente lo Spada.

― Nulla, — continuò Lucilio, — perchè non ci possiamo nulla. Soltanto per chi ancor nol sapesse, voglio dichiarare la mente nostra nell’operare questa rivoluzione, prima che ce ne venga il comando formale da Milano. Gli è appunto che la diffidenza è un’ottima virtù sopratutto pei deboli, ma temo che non basti. Si vorrebbe che i Francesi fossero ajuto e non esecutori; ecco l’idea. Vorremmo mutarci da noi, non farci mutare da altri come gente che ha perduto la facoltà di moversi. I Francesi ci dovranno venire perchè lo possono e lo vogliono; ma trovino almeno tutto fatto, e non ci si incastrino nei fianchi come padroni!...

— Vengano i Francesi a risparmiarci la guerra civile, e le proscrizioni di Silla! — sclamò il Foscolo. — Il Barzoni,