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capitolo decimonono. 349

incomodarmi a lungo, e se la cavò con un profondo saluto, che equivaleva ad un’impertinenza bell’e buona. Partito lui ci bisticciammo fra noi.

— Perchè ricevi quella razza di gente? — Ricevo chi voglio io! — Nossignora, che non devi! — Vediamo chi mi potrà comandare! — Non si comanda, ma si prega! — Pregare s’affà a chi ne ha il diritto. — Il diritto io l’ho acquistato, mi pare, con molti anni di penitenza! — Penitenza grassa! — Cosa vorresti dire? — Lo so io; e basta! —

Così continuammo un pezzetto con quegli alterchi a monosillabi che sembrano botte e risposte, a morsi e ad unghiate; ma non mi venne fatto cavar da quella bocca una parola di più.

Me ne partii furibondo; ma con tutto il mio furore, la trovai tornando più fredda e ingrugnata di prima. Non solamente non volle aprirsi meglio, ma schivava ogni discorso che potesse condurre ad una dichiarazione, e d' amore poi non voleva sentirne parlare come d’un sacrilegio. Alla terza, alla quarta volta si peggiorava sempre; m’incontrai ancora nel suo stanzino da lavoro con Raimondo che giocherellava dimesticamente colla cagnetta. E la cagnetta si mise ad abbajare a me! Per una volta lo sopportai; ma alla seconda uscii affatto dai gangheri: al contegno altero e beffardo di Raimondo m’accorsi a tempo della bestialità, e scappai giù per la scala perseguitato dai latrati di quella sconcia cagnetta. Oh queste bestiole sono pur barbare e sincere! Esse fanno e ritirano, a nome delle padrone, dichiarazioni d’amore che non vi si sbaglia d’un capello. Ma allora io era tanto indemoniato, che di cagnetta e padrona avrei fatto un fascio per gettarlo in laguna. Dite ch’io mi vanto d’un’indole mite e rassegnata! Che avrebbe fatto nel mio caso un cervello caldo e impetuoso, io non lo so.

In tutto quest,o l’unico punto che non appariva oscuro