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capitolo decimottavo. 323

a rimanere presso di lui, com’egli ne mostrava desiderio. Era stata tutta bontà: ed io pur lamentandone i brutti effetti per me, non potei a meno di lodarnela in fondo al cuore, e di innamorarmene sempre di più.

Peraltro potete credere che io andava molto cauto nello strapparle di bocca tali confidenze; e non vi insisteva mai che un attimo, un lampo, perchè col batterla troppo aveva una paura smisurata di ravvivarle in mente tutte quelle cagioni di pietà, e di metterla in voglia di partire. Io era abbastanza giusto per lodare, abbastanza egoista per impedire questi atti di eroica virtù: e per avventura, essendo la Pisana una creatura molto buona e pietosa, ma ancor più sbadata a tre tanti, mi venne fatto di trattenerla in feste, in canti, in risa per quasi sei mesi. Tuttavia io vedeva crescere con ispavento il numero e l’eccitamento delle lettere; ma scorgendo che non ne veniva alcun guaio, mi ci abituai, e credetti che quella beatitudine non dovesse finir più. Di ministro delle finanze, e vice–presidente e presidente della Repubblica, m’era ridotto ancora modestamente tranquillamente al mio posto; e se gli altri facevano le belle cose che frullavano in capo a me, avrei giudicato comodissimo di non mi muovere.

Poveri mortali, come son caduche le nostre felicità!... L’istituzione d’una diligenza tra Padova e Bologna fu che mi rovinò. Il conte Rinaldo, che non avrebbe sofferto per la sua debolezza di stomaco un viaggio per acqua fino a Ferrara o a Ravenna, approfittò con assai piacere della diligenza, mi venne tra i piedi a Bologna, eppur nessuno l’aveva chiamato; si fece condurre alla Madonna di Monte, alla Montagnola, a San Petronio, e per mercede di tutto ciò mi condusse via la Pisana sul terzo giorno. Alla vista del fratello tutta la sua compassione s’era raccesa, tutti i suoi scrupoli la punzecchiavano; e non ch’ella accondiscendesse ad un suo invito, ma fu anzi la prima a