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capitolo decimottavo. 291

Fino allora io m’era sempre congratulato colla Pisana che non aveva mai sospettato di me, e queste congratulazioni, se volete, erano intinte un pochino d’ironia, perchè la sua sicurezza mi pareva originata o da freddezza d’amore o da piena confidenza nei proprii meriti. Ma allora almeno non fui più in grado di lamentarmi. Non poteva arrischiare un’occhiata fuori della finestra, ch’ella non mi allungasse tanto di grugno. Non me ne diceva la cagione, ma me la lasciava travedere. Rimpetto dimoravano due crestaie, una stiratrice, la moglie d’un arsenalotto e una mammana. Ella mi diceva invaghito di tutta questa marmaglia e non era il miglior elogio al mio buon gusto; massime quanto alla mammana ch’era più brutta d’un peccato non commesso. Indarno io teneva i miei occhi a casa come san Luigi; faceva per fintaggine, e me lo diceva con un sogghignetto più pestifero di qualunque impertinenza. Stufa, diceva ella, di farmi la buona moglie, cominciò ad uscire, a volerne star a zonzo le mezze giornate: e sì che la città non dava motivo ad allegre passeggiate. Dappertutto era un puzzo d’ospedale o di cataletto, e bare si gettavano dalle finestre, e ammalati che si trasportavano a braccia, e immondizie che si rimescolavano per litigare ai vermi qualche avanzo di carogna. Finalmente volle ad ogni costo che la menassi fin sui castelli, per far visita a’ miei amici ch’erano in fazione. S’io non mi mostrava di buona voglia, m’accagionava di paura e quasi di codardia: non contento di far nulla, voleva anche frodare quelli che facevano di quel po’ di conforto, che sarebbe loro venuto dalla compagnia di qualche buon’anima. Conveniva adattarsi e menarla. Se avesse preteso che la conducessi nel campo trincerato di Otto o fra le turbe Monferrine raccolte dall’Azzeretto a minacciar più che Genova gli scrigni dei Genovesi, scommetto che avrei accondisceso; tanto m’aveva ridotto grullo e marito.