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il decoro delle lettere delle arti delle scienze in quella nobile parte d’Italia, erano condannati a perire per mano del boja... E gli Inglesi e Nelson tiravano i piedi!

Restava Ettore Carafa. — Avea difeso fino all’ultimo la fortezza di Pescara. Consegnato dallo stesso governo repubblicano di Napoli ai Reali, sotto sicurtà della capitolazione, fu condotto a Napoli. Lo condannarono a morte. Il giorno ch’egli salì sul patibolo, io, Lucilio e la Pisana uscimmo furtivi da un bastimento portoghese sul quale ci eravamo rifugiati, ed ebbimo la fortuna di poterlo salutare. Egli guardò la Pisana, poi me e Lucilio, poi la Pisana ancora: e sorrise!... Oh benedetta questa debole umanità, che con un solo di quei sorrisi può redimersi da un secolo di abjezione! Io e la Pisana chinammo gli occhi piangendo; Lucilio lo guardò morire. Egli volle esser decapitato supino per guardare il filo della mannaja, e forse il cielo, e forse quell’unica donna ch’egli aveva amato infelicemente come la patria. Nulla omai più ci tratteneva a Napoli. Raccomandata la vedova e i figliuoli del Martelli alla principessa Santacroce, e fornitili d’una piccola pensione sul peculio lasciatomi da mio padre, salpammo per Genova, unica rocca oggimai dell’italiana libertà.

Per la gloriosa caduta di Napoli, per la capitolazione di Ancona, per le vittorie di Suwerow e di Kray in Lombardia, tutto il resto d’Italia al principio del 1800 stava in potere dei confederati.