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rigettavano la proposta, ma ne negavano la presente opportunità. E appena esso fu noto in piazza, subito i favoreggiatori dei Francesi che vi tumultuavano, corsero con grande impeto alle carceri. Coi buoni uscirono i galeotti, coi fanatici i tristi, e la favola dei sedici mila congiurati ottenne maggior fede di prima. I patrizii credettero aver dato prova di sommo coraggio col non deliberare sulla consegna richiesta dell’ammiraglio del Lido, e dei tre inquisitori. Ma ecco che il generale Bonaparte torna da capo col dichiarare al Donà e al Justinian che non gli accoglierà come inviati del Maggior Consiglio, se prima quei quattro magistrati non siano imprigionati e puniti. L’umilissimo Maggior Consiglio si inchinò un’altra volta non più con cinquecento, ma con settecento voti: e il capitano del porto e i tre inquisitori furono carcerati quel giorno stesso per lo strano delitto di aver ubbidito meno infedelmente degli altri alle leggi della patria. Francesco Battaja, il traditore, fu tra gli avogadori di Comune incaricato dell’esecuzione di quel sacrilego decreto. Ma questo non bastava nè all’impazienza dei novatori, nè alla spaventata condiscendenza dei nobili. La solita conferenza ammannì un altro decreto, nel quale veniva ordinato al Condulmer di non resistere colla forza alle operazioni militari dei Francesi, ma soltanto di persuaderli a non entrare nella Serenissima Dominante, finchè si avesse il tempo di allontanar gli Schiavoni a scanso di spiacevoli conseguenze. Volevano tosarsi perfino le unghie, per non dare in isbaglio qualche graffiatura a chi si apprestava a soffocarli. Se questa non fu mansuetudine meravigliosa, anzi unica al mondo, io sfido chiunque ad inventarne una migliore. Mio padre era proprio tornato di Turchia a tempo, per far me poverello partecipe, senza saperlo, di tali castronerie. E d’altra parte che cosa valeva il sapere? Il dottor Lucilio fu invischiato peggio di me in quella brutta pece. Guai anche ai sapienti, cui non corrisponde la virtù dei con-