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214 le confessioni d’un ottuagenario.

Diede uno strido, gettò indietro il mantello, e ravvisammo ambidue le pallide sembianze di Spiro.

— Giungo forse troppo tardi? — domandò egli con tal suono di voce, che non mi dimenticherò mai più.

Io fui il primo a slanciarmigli fra le braccia.

— Oh che tu sia benedetto! — balbettai coprendogli il volto di baci. ― Da quanto tempo speravo la tua venuta!... Spiro, Spiro, fratel mio! —

Egli mi respingeva colle braccia, si strappava con forza il collare come si sentisse soffocare, e non rispondeva ai miei baci che con un profondo ruggito.

— Spiro, per carità, cos’hai? — gli disse timidamente l’Aglaura appendendoglisi al collo.

Al contatto di quella mano, al suono di quella voce egli tremò tutto; sentii raffreddarsi di repente il sudore che gli inondava le guancie; mi volse uno sguardo tale che una tigre non ne lancerebbe uno più formidabile a chi le trucida i suoi figli; indi con una potente scrollata ci respinse ambidue fino contro al letto, e restò solo minaccioso nel mezzo della stanza. Pareva l’Angelo del terrore, che ha traversato l’inferno per precipitarsi a punire una colpa. Senza fiato, smarriti dall’angoscia e dallo spavento, noi restammo curvi e silenziosi dinanzi a lui in guisa di colpevoli. Quella nostra attitudine servì ad ingannarlo forse completamente, e a persuadergli ciò che temeva e che punta non era.

— Ascoltatemi, Aglaura; — incominciò egli con voce che voleva essere tranquilla, e serbava tuttavia il moto scomposto e lo stridulo suono della tempesta. — Ascoltatemi s’io v’ho amato!... Stava per correre dietro a voi, quando me lo vietò la prigione. In carcere ogni mio giorno, ogni minuto fu uno studio continuo di fuggire per raggiungervi, per salvarvi dal precipizio ove siete caduta. Finalmente riuscii!... Una tartana mi condusse fino a Ravenna; di là