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dell’Aglaura m’invitava così pietosamente, che non seppi resistere, e le narrai il sospetto in cui viveva della Pisana, il suo lungo e crudele silenzio, la sua partenza da Venezia lasciatami ignorare.

— Ohimè! — sclamai — pur troppo sarebbe pazzia il volermi illudere!... La è tornata quale fu sempre. La lontananza ha lasciato morire l’amor suo d’inedia. Si sarà appigliata ad un altro; a qualche ricco forse, a qualche scapestrato che la sazierà di piaceri un anno o due, e poi.... Oh Aglaura! il disprezzare quell’unica persona che si ama più della propria vita, è un tormento superiore ad ogni forza d’uomo! —

L’Aglaura mi afferrò furiosamente la mano, ch’io aveva alzata al cielo nel pronunciare queste parole. Aveva l’occhio fiammeggiante, le narici dilatate, e due lagrime sforzate, rabbiose, riflettevano al chiarore della lucerna il fuoco sinistro de’ suoi sguardi.

— Sì! — gridò ella quasi fuori di sé. — Maledicete, maledicete anche a nome mio i vili e i traditori! Con quella mano che innalzaste a Dio come per affidargli le vostre vendette, rapite un fascio de’ suoi fulmini, e scagliatelo loro sul capo!... —

Compresi di aver toccato una piaga secreta e sanguinosa del suo cuore, e la simpatia del mio dolore col suo m’aperse l’animo più che mai alla confidenza e alla compassione. Mi parve aver trovato in lei un’amica, anzi una vera sorella, e lasciai scorrere nel suo seno le lagrime che da tanto tempo mi si aggruppavano dentro. Anche il suo sdegno, nel punto istesso, s’era mitigato per la commozione della pietà, e abbracciati come due fratelli piangevamo insieme, piangevamo dirottamente; conforto misero dei miseri.

In quella s’aperse violentemente la porta, e un uomo coperto da un mantello spruzzato di neve entrò nella stanza.