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Entrai. Non vi posso dire la sorpresa, le congratulazioni, gli abbracciamenti del dottore, e di Giulio che era con lui. Certo credo che per un fratello non avrebbero fatto maggiori feste, e da ciò conobbi che mi volevano un briciolo di bene. Io sentii come un rimorso di stringermi Giulio sul cuore e di baciarlo. Si può dire ch’io aveva tuttora calde le labbra dei baci della Pisana, di colei ch’egli pure aveva amato, e che forse colla sua spensieratezza, colla sua civetteria gli aveva instillato nelle vene il fuoco febbrile che lo consumava. Ma egli ci avea rinunciato per un amore più degno e fortunato; lo ritrovava pallido e scarno bensì, ma non certo a peggior partito di quello che fosse a Venezia, ad onta della vita disagiata e soldatesca della caserma. Lucilio mi rassicurò sul suo conto, assicurandomi che la malattia non avea fatto progressi: e che il buon umore, la occupazione moderata e continua, il cibo parco e regolare, avrebbero forse indotto alla lunga qualche miglioramento. Giulio sorrideva come chi crede forse, ma non estima prezzo dell’opera lo sperare; s’era fatto soldato per morire non per guarire, e s’era tanto accostumato a quell’idea che la menava innanzi allegramente, e come Anacreonte s’incoronava di rose con un piede nel sepolcro. Li domandai delle loro speranze, delle occupazioni, della vita. Tutto andava pel meglio. Speranze impazienti e grandissime per la rivoluzione che fremeva a Roma, a Genova, in Piemonte, a Napoli, pel movimento unitario che incominciava dalla prossima aggregazione di Bologna, di Modena, e perfino di Pesaro e di Rimini alla Cisalpina.

— Toccheremo a Massa il Mediterraneo, — diceva Lucilio, — come c’impediranno che si tocchi a Venezia l’Adriatico?...

— E i Francesi? — gli domandai.

— I Francesi ci ajutano bene, perchè noi non saremmo in grado di ajutarci da noi. Sicuro che bisogna stare cogli occhi aperti, e non sorbire le frottole come da