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rebbe mosso di colà, e che se non riceveva suoi scritti in seguito, ritenesse pure ch’egli era o morto o gravemente infermo. Forse il povero esule, scrivendo quelle parole, sentiva già i primi sintomi di quella malattia, che lo teneva allora inchiodato sul letto pestilente d’uno spedale. L’immaginazione dell’Aglaura era così vivace, che le pareva quasi di vederlo abbandonato all’incuria piucchè alle cure d’un infermiere mercenario, e disperato di dover morire senza un suo bacio almeno sulle labbra.

In questi discorsi giungemmo a un piccolo villaggio, e là ci accomodammo d’un barroccio che ci trascinò fino a Cittadella. Narrarvi come l’Aglaura pigliasse filosoficamente gli incomodi e le fatiche di quel viaggiare alla soldatesca, sarebbe cosa da ridere. La notte si dormiva in qualche bettolaccia di campagna, dove c’era le più volte una camera sola con un letto solo. Gli è vero che questo era pel solito tanto vasto da albergare un reggimento, ma la pudicizia, capite bene, non permetteva certi rischi. Appena entrati nella stanza si smorzava il lume; ella si spogliava e si metteva a giacere sul letto; io mi rannicchiava alla meglio sopra una tavola o in qualche seggiola di paglia. Guaj se fossi stato avvezzo per tutta la mia vita alle mollezze dei materassi e dei piumini veneziani! In un pajo di notti mi sarei logorato le ossa. Ma queste si ricordavano ancora per fortuna del covacciolo di Fratta, e dei bernoccoli implacabili di quei pagliericci; perciò reggevano valorosamente al cimento, e potevano sfidare al giorno seguente i trabalzi balzani d’una nuova carrettaccia. Così stentando, balzellando, e convien dirlo anche ridendo, traversammo il Vicentino, il Veronese, e giungemmo sul quarto giorno a Bardolino in riva alle acque dell’azzurro Benaco. In onta alle mie sventure, ai miei timori, e alle distrazioni impostemi dalla compagna mi ricordai di Virgilio, e salutai il gran lago che con fremito marino gonfia talvolta i suoi flutti e