Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/170


Ella pareva oramai un sipario da teatro, scolorato dalla polvere e dal fumo della ribalta.

O Venezia, o madre antica di sapienza e di libertà! ben lo spirito tuo era allora più sparuto e più nebbioso dell’aspetto! Egli svaniva in quella cieca oscurità del passato che distrugge perfino le orme della vita; restano le memorie, ma altro non sono che fantasmi; resta la speranza, il lungo sogno dei dormenti. T’aveva io amata moribonda e decrepita?... Non so, non voglio dirlo. — Ma quando ti vidi ravvolta nel sudario del sepolcro, quando ti ammirai bella e maestosa fra le braccia della morte, quando sentii freddo il tuo cuore, e spento sulle labbra l’ultimo alito, allora una tempesta di dolore, di disperazione, di rimorso mi sollevò le profonde passioni dell’anima!... Allora provai la rabbia del proscritto, la desolazione dell’orfano, il tormento del parricida!... Parricidio, parricidio! gridano ancora gli echi luttuosi del palazzo ducale. Potevate lasciarsi addormentare in pace la vostra madre che moriva sulle bandiere di Lepanto e della Morea: invece la strappaste con nefanda audacia da quel letto venerabile, la metteste a giacere sul lastrico, le danzaste intorno ubbriachi e codardi, e porgeste ai suoi nemici il laccio per soffocarla... V’hanno certi momenti nella vita dei popoli che gli inetti son traditori, quando si arrogano i diritti del valore e della sapienza. Eravate impotenti a salvarla? Perché non lo avete confessato alla faccia del mondo? Perché vi siete mescolati coi suoi carnefici? Perché alcuni tra voi, dopo di avere inorridito del nefando mercato, stesero la mano alle elemosine dei compratori? — Pesaro fu solo nella virtù; ma primo e più vile di tutti nell’umiliarsi, ebbe molti, ebbe troppi imitatori. Ora io non accuso ma vendico; non insulto ma confesso. Confesso quello che avrei dovuto fare e non feci; quello che poteva e non volli vedere; quello che commisi per avventatezza, e deplorerò sempre come