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contrai invece una gondola, dentro la quale travidi durante il volo la faccia di Raimondo Venchieredo che spiava le nostre finestre. Il colpo che diedi sopra il fondo della barca mi sconciò quasi una spalla, ma le capriuole della mia infanzia e la ginnastica di Marchetto mi avevano avvezzato le ossa a simili scompigli. Mi rizzai come un gatto più svelto di prima, corsi verso la prora per balzare sull’altra riva, ma mi si oppose involontariamente Raimondo che stava allora per uscire di sotto al felze, e si fermò spaventato da quel corpo, che nel cadere gli avea fatto dondolare sotto i piedi la gondola.

— Ah sei tu! sciagurato? — gli dissi io rabbiosamente. — Prenditi la mercede del tuo spionaggio! —

E gli menai un tal manrovescio che lo mandò a rotolare sulle forcola, ove per poco non si ebbe a cavar gli occhi. Intanto io avea guadagnato la riva, e salutato d’un gesto la Pisana che mi guardava dal balcone, e mi esortava a far presto e a fuggire. La zingara mia salvatrice stava ancora colla sua paletta dinanzi alla porta sgangherata, spaventando colla sua attitudine guerresca i dodici sbirri, nessuno dei quali si sentiva volontà di seguire il caporione nella casa, per incontrarvi quella brutta sorte che forse egli vi aveva incontrato. Badando meglio essi lo avrebbero udito strillare; chiuso nella cucina e col muso pestato dalla tremenda paletta, egli si lamentava sulla nota più alta della sua scala di basso, come un vero porcellino condotto al mercato. Io avea veduto tuttociò in un lampo, e prima che Raimondo si riavesse e i birri mi scoprissero era scomparso per una calletta che tagliava giù lì presso. In quella confusione di fatti e di idee, fu una vera provvidenza che mi saltasse in capo di rifugiarmi presso gli Apostulos. Come anche feci, e arrivai a salvamento senza nessun maggiore fastidio che quell’arrischiatissimo salto dalla finestra. I miei amici furono contentissimi di vedermi salvo da sì grave pe-