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che quelle occhiate beffarde e curiose di Raimondo mi rimasero tutta la notte traverso alla gola. Il mattino altra scaramuccia. La Pisana mi pregò che volessi uscire, per disporre la celebrazione delle cento messe per conto di sua sorella. Figuratevi quanto mi andava a sangue questo bel grillo, colla carestia di denari che cominciava a stringermi!... Per uno scrupolo evidente di delicatezza, io avea tralasciato di significarle come mio padre era partito con ogni sua ricchezza, non altro lasciandomi che un moderatissimo peculio. Tra le spese occorrenti alla casa, il salario della serva, e qualche compera fatta dalla Pisana che si era ricoverata presso di me poco meno che in camicia, m’era già scivolato d’infra le dita buona parte di quello che dovea bastarmi tutto l’anno. Tuttavia io stentava a discoprirle questa mia miseria, e studiavami d’impedire con altre cento ragioni quella generosità delle messe. La Pisana non mi voleva ascoltare ad alcun patto. Essa aveva promesso, ci andava della quiete di sua sorella, e se le voleva bene nulla nulla doveva soddisfarla. Allora le dichiarai netta e tonda la cosa come stava.

— Non c’è altra difficoltà? — rispos’ella colla miglior cera del mondo. — È facile accomodarsi. Prima di tutto adempiremo agli obblighi assunti, e poi si digiunerà se non ne resta per noi.

— Hai un bel dire col tuo digiunare — soggiunsi io. — Vorrei un po’ vederti al fatto come te la caveresti per reggerti in piedi!

— Cascherò se non potrò reggermi; ma non sarà mai detto che io m’ingrassi con quello che può servire al bene degli altri.

— Pensa che dopo le cento messe poche lire mi resteranno!

— Ah sì! è vero, Carlino! non è giusto ch’io sacrifichi te per un mio capriccio. È meglio ch’io me ne vada...