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celebrate, e tu avrai acquistato un diritto grandissimo alle mie orazioni, ed un merito ancor maggiore presso Dio. —

Io non mi trovava bene in cotali discorsi, e mi sorprendeva fra me della facilità con cui la Pisana intonava i propri sentimenti sopra il tenore degli altrui. Ma buona come la era, e maestra fintissima di bugie, doveva anzi meravigliarmi se l’avesse adoperato altrimenti. Intanto, salutata che avemmo la Clara, e tornati in istrada, mi riprese la paura che fossimo veduti assieme, e proposi alla Pisana di andarsene a casa scompagnati, ognuno per una strada diversa. Infatti così facemmo, ed ebbi campo a rallegrarmene, perchè mossi cento passi, io mi scontrai ancora nel Venchieredo e nel Partistagno, che questa volta mi si misero alle calcagna e non mi abbandonarono più. I giri che feci loro fare per quegli inestricabili laberinti di Venezia non saprei ripeterli ora; ma io mi stancai prima di loro perchè mi doleva di lasciar sola tanto tempo la Pisana. Mi decisi dunque a volgermi verso casa, ma qual fu il mio stupore quando sulla porta mi scontrai nella Pisana che doveva essere arrivata da un pezzo, e pur si stava lì chiacchierando amichevolmente con quella tal Rosa, con quella cameriera che le faceva questuar l’elemosina dai suoi adoratori? Ella non parve turbata per nulla dalla mia presenza; salutò la Rosa di buonissimo garbo invitandola a visitarla, e si fece poi entro l’uscio insieme con me sgridandomi perchè aveva tardato. Colla coda dell’occhio vedeva il Partistagno e Raimondo che ci osservavano ancora da un canto vicino, onde chiusi con qualche impeto la porta e salii la scala un pochetto arrabbiato.

Di sopra che fui non sapeva da qual parte principiare per fare accorta la Pisana della sconvenienza del suo procedere; mi decisi alla fine di affrontarla direttamente, tantopiù che mi si incitava anche un certo umore turbolento di stizza. Le dissi adunque che mi era stupito assai