Pagina:Le confessioni di un ottuagenario II.djvu/143


noiosa io mi ti pianto alle coste e non mi movo più. Se tuo padre volesse darti ancora la Contarini, ch’egli te la dia pure in santa pace; ma le converrà alla sposina sopportar con pazienza questa pillola amara, d’avere almeno almeno una cognata fra i piedi... —

Ciò dicendo la Pisana si diede a saltacchiare sul divano quasi per confermarvi la sua parte di padronanza; e ad averla udita due minuti prima e ad osservarla allora, non sembrava certamente la stessa persona. La repubblicana spiritata, la filosofessa greca e romana erasi convertita in una donnetta spensierata e burbanzosa, tantoché lo schiaffo del povero Ascanio poteva anche credersi non meritato. Tuttavia quelle due persone così diverse e compenetrate in una sola, pensavano, parlavano, operavano colla uguale sincerità, ciascuna nel suo giro di tempo. La prima, ne son sicuro, avrebbe disprezzato la seconda, come la seconda non si ricordava guari della prima; e così vivevano fra loro in buonissima armonia come il sole e la luna. Ma il caso più strano si era il mio, che mi trovava innamorato di tutte due non sapendo a cui dare la preferenza. L’una per copia di vita, per altezza di sentimento, per facondia di parola, l’altra per tenerezza, per confidenza, per avvenenza mi portava via il cuore: insomma o a torto o a ragione era innamorato fradicio; ma ognuno de’ miei lettori trovandosi nei miei panni sarebbe stato altrettanto. Soltanto quelle due buone pupille, che mi guardavano tra supplici, pietose e spaventate di mezzo alle sopracciglia, lasciando arieggiare sotto esse il bianco azzurrognolo dell’occhio, avrebbero vinto la causa. Senza contare il resto, che ce n’era da far belle una dozzina di morlacche. D’altra parte se quella parte tragica sostenuta con tanta veemenza dalla Pisana mi dava soggezione, ci aveva anche argomenti da consolarmene. Era effetto di troppe letture abborracciate avidamente in un cervello volubile e impetuoso; quel fuoco