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che la circondavano, mi dava uno sgomento così grande, che piuttosto avrei arrischiato il collo per rimanere. E questi rischi che io correva infatti, rimanendo anche dopo lo sloggio dei Francesi, servivano a puntellarmi contro la coscienza, che di tanto in tanto mi faceva memore di coloro che m’attendevano a Milano. Peraltro cominciava nell’animo qualche avvisaglia d’un prossimo conflitto. Le parole di mio padre m’intronavano le orecchie, vedevo lontano lontano quell’occhiata severa e fulminante di Lucilio.... Oimé! credo che soltanto il timore di questa mi facesse correre pel baule; ma nel mentre appunto ch’io lo spolverava, ed aveva acceso un lume per vedere in un camerone buio e profondo, sento una scampanellata secca secca.

— Chi può essere? — pensai. — E i buli degli inquisitori, e le guardie di sicurezza francesi, e gli scorridori tedeschi mi s’ingarbugliarono dinanzi la fantasia. Volli piuttosto scender la scala che tirare la corda, e per le fessure dell’uscio diedi in uno strepitoso: Chi va là? — Mi rispose una voce tremante di donna: Son io: apri, Carlino! — Ma perché ella fosse tremante non la conobbi meno, e mi precipitai ad aprire col petto in angoscia così profonda che appena bastava a frenarmi. La Pisana vestita a nero, coi suoi begli occhi rossi di sdegno e di lagrime, coi capelli disciolti e il solo zendado sul capo, mi si gettò fra le braccia gridando che la salvassi. Credendo che l’avessero insultata per istrada io feci per balzar fuori della porta a vendicarla contro chiunque si fosse, ma ella mi fermò per un braccio e appoggiandovisi sopra mi menò verso la scala, e su per essa fino alla stanza di ricevimento, come se appunto la conoscesse tutti i buchi della casa; e sì che, a mio credere, non la ci era mai stata. Quando fummo seduti l’uno vicino all’altra sul divano turchesco di mio padre, e si fu sedato in lei il respiro affannoso che le affaticava il petto, non potei ristare dal chiederle tosto che cosa significasse quello