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capitolo decimoterzo. 115

aggravava pur anco le colpe di mia madre, sapeva egli con i suoi sacrifizii, le torture, le lagrime, il lungo martirio che avea forse estenuato le sue forze, e travolta la ragione?... Io mi straziava il petto colle unghie, e mi strappava i capelli per non poter sorgere a vendetta di que’ codardi improperi; il silenzio da me tenuto durante l’infanzia appetto a quei furtivi detrattori mi rimordeva come un delitto. Perchè non m’era io alzato a svergognarli con tutto il coraggio dell’innocenza, e la veemenza d’un figlio che si sente insultato nella memoria della madre? Perchè i miei piccoli occhi non aveano lampeggiato di sdegno, e il cuore non avea rifuggito dall’accettare la compassione di coloro, che mi faceano pagare a prezzo d’infamia un tozzo di pane ed un cantuccio d’ospitalità? — Mi salivano al volto le fiamme della vergogna; avrei dato tutto il mio sangue tutta la mia vita per riavere uno di quei giorni, e vendicarmi da una si disonorevole servitù. Ma non era più tempo. Mi avevano inoculato, si può dire col latte, la pazienza, il timore e aggiungerei quasi l’impostura, i tre peccati capitali degli accattoni. Era cresciuto buono buono buono; il mio temperamento, rammollito dalla soggezione, non cercava che pretesti per piegarsi, e padroni per obbedire. Allora conobbi tutti i pericoli di quel lasciarsi correre a seconda delle opinioni, e degli affetti altrui; mi proposi per la prima volta di esser io, null’altro che io. Ci son riuscito in un cotale proponimento? A volte si, ma più spesso anche no. La ragione non è li sempre apparecchiata a tirare in senso contrario all’istinto; talvolta complice ignara, talvolta anche maliziosamente ella usa mettersi dal lato del più forte: allora ci crediamo forti e commettiamo delle viltà, tanto più spregevoli quanto più ignorate e sicure dalla disistima del mondo. Non c’è scampo, o speranza. Nell’indole del fanciulletto sta racchiuso il compendio, il tema della vita intera: onde io non mi stancherò