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pisse, una trave caduta giù sul capo, parrebbe un regalo del cielo. Allora soltanto mi risovvenne di quelle carte appartenenti a mia madre le quali io doveva trovare nello scrittoio; misera eredità d’una sventurata ad un orfano più sventurato ancora. Apersi trepidando il cassetto, e slegata una vecchia busta di cartone, mi misi a rovistare alcuni fogli polverosi e giallognoli che vi si contenevano.

Scorsi prima alcune lettere amorose più o meno invenezianate, e cosperse di errori ortografici. Erano d’un nobiluomo forse morto da gran tempo, e seppellito coi fantasmi de’ suoi amori; non appariva il nome, ma la nobiltà del suo casato era accertata da molti passi sparsi qua e là in quella lunga corrispondenza. Potrei darne qualche saggio, per mostrar la maniera con cui si faceva all’amore colle zitelle alla metà del secolo passato. Pare che le questioni importanti non si trattassero in iscritto; invece l’amante si dava gran cura di mettere in mostra le proprie belle qualità, e di descrivere le impressioni avute dalle buone grazie della bella in varie circostanze. Il frasario non era troppo squisito; ma quanto mancava di squisitezza si compensava coll’ardenza; sopratutto poi si diffondeva un incanto di buona fede, di calma, di bontà, che adesso è relegato nelle letterine che i collegiali scrivono ai parenti per le feste di Natale. Tuttavia, potete crederlo, che quella lettura non mi si affaceva molto in quel giorno oon quell’umore. Passai oltre. Altre lettere di maestri e d’amiche di convento, più scipite delle prime. Andai innanzi ancora. Successe il completo epistolario erotico di mio padre. C’era del balzano assai; ma egli pareva innamorato quanto mai lo può essere uomo al mondo; e l’ultimo suo biglietto stabiliva il giorno e l’ora di quella fuga, che aveva condotto i miei genitori a concepirmi in Levante.

Come corollario a quelle lettere, trovai un libricciuolo di memorie tutte di pugno di mia madre, datate da molte