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capitolo decimoprimo. 3

il campanello, e un ometto rubizzo, sciancato d’una gamba, mezzo turco e mezzo cristiano al vestito, entrò saltellando nell’anticamera. Io gli era corso incontro fin là; la contessa, venutami dietro, si pose a gridare: — Carlino, è tuo padre!... abbraccia tuo padre! — Io infatti mi abbandonai fra le braccia del nuovo arrivato, versando fra le pieghe della sua zimarra armena le prime lagrime di gioja che spargessi mai. Mio padre non fu verso di me nè molto affettuoso, nè troppo discorsivo; si maravigliò assaissimo che col nome che portava, mi fossi nicchiato in un così oscuro bugigattolo come era una cancelleria di campagna, e mi promise, che inscritto che io fossi come suo legittimo figliolo nei libro d’oro, avrei fatto la mia gran figura nel Maggior Consiglio. Quell’accorto vecchietto parlava di cotali cose con un certo fare, che non si sapeva se fosse da burla o da senno; e ad ogni punto e virgola, quasi per corroborare l’argomento, usava battere col rovescio della mano sul taschino del sottabito, da dove rispondevagli un lusinghiero tintinnio di zecchini e di doble. Ad ognuno di questi accordi metallici, il riso giallognolo della contessa s’irraggiava d’un roseo riflesso, come il cielo scuriccio d’un temporale all’occhiata di traverso che gli manda il sole. Io poi ascoltava e guardava quasi trasognato. Quel signor padre capitatomi di Turchia, colla ricchezza in una mano, la potenza nell’altra, e una larghissima dose di canzonatura in tutte le sue maniere, mi faceva un effetto maraviglioso. Io non mi stancava di osservare quei suoi occhietti bigi un po’ sanguigni, un po’ loschi, che per tanti anni avevano guardato il sole d’oriente, e quelle rughe capricciose e profonde formatesi sotto il turbante al lavorio corrosivo di Dio sa quali pensieri, e quei gesti un po’ autorevoli, un po’ marinareschi, che armeggiavano sempre per commentare la zoppicante oscurità di un gergo più arabo che veneziano. Si vedeva un uomo avvezzo alla vita; il