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punto. Quel secondo grido chiamò nella stanza la portinaja, la Doretta e quanta gente abitava la casa. Raimondo s’era riavuto, ma si reggeva in piedi a stento, la Doretta si strappava i capelli e non so ben dire se strillasse o piangesse; gli altri guardavano spaventati quel lugubre spettacolo, e si chiedevano l’un l’altro sotto voce com’era stato. Mentire toccava a me, e non mi fu grave, perché pensava così di adempiere scrupolosamente il desiderio dell’amico. Ma non potei fare a meno che nell’ascrivere quella morte ad un colpo fulminante la mia voce non parlasse ben altrimenti. Raimondo e la Doretta m’intesero, e sopportarono dinanzi al mio sguardo inesorabile la vergogna dei rei. Io partii da quella casa, ove divisava di tornare il giorno appresso per accompagnare l’amico alla sua ultima dimora; quale fosse l’animo, quali i miei pensieri non voglio confessarlo ora. Guardava talvolta con inesprimibile avidità l’acqua torbida e profonda dei canali; ma mio padre mi aspettava, ed altri martiri mi invitavano per la via di Milano alle dure espiazioni dell’esiglio.

Mio padre m’attendeva infatti da un’ora, e si spazientiva di non vedermi tornare. Mi scusai raccontandogli l’atrocissimo caso, ed egli mi tagliò le parole in bocca sclamando: — « Matto, matto! la vita è un tesoro; bisogna impiegarlo bene sino all’ultimo soldo! » — Rimasi nauseato alquanto di una tale pacatezza, e non ebbi voglia alcuna di farmi incontro ai suoi desiderii, come me ne aveano persuaso la sera prima le monche confidenze di Lucilio. Egli invece, senzaché io m’incomodassi, entrò subito in argomento.

— Carlino, — mi chiese, — dimmi la verità, quanti danari all’anno ti bisognano per vivere?

— Son nato con un buon pajo di braccia; — gli risposi freddamente — mi ajuterò!...

— Matto, matto anche tu! — rispose egli — anch’io son nato colle braccia e le ho fatte lavorare a meraviglia; ma