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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/82


capitolo secondo. 55

tutti gli uomini, di tutti i vitelli, di tutti i capretti che nacquero in quel torno nella giurisdizione del castello di Fratta; ed ebbi oltre a tutte le mamme, le capre e le giovenche, anche tutte le vecchie e i vecchi del circondario. Martino infatti mi raccontava che vedendomi qualche volta innaspato per la fame avea dovuto compormi un certo intingolo di acqua, burro, zucchero e farina, col quale m’ingozzava finchè il cibo giunto alla gola mi impedisse di piangere. E lo stesso mi succedeva in molte case, dove le mammelle tassate per nutrirmi in quella giornata erano già state munte da qualche affamato bamboccio di diciotto mesi. Vissuto così nei primi anni per un vero miracolo, il portinaio del castello, che era anche il registratore dell’orologio della Torre e l’armaiuolo del territorio, avea partecipato con Martino alla gloria di farmi fare i primi passi. Gli era un certo mastro Germano, un vecchio bulo della generazione passata, che aveva forse sull’anima parecchi omicidi, ma che avea certo trovato il modo di rappaciarsi con Domeneddio, perchè cantava e burlava da mattina a sera raccogliendo immondizie lungo le vie in una sua carriuola, per concimare un campetto che teneva in affitto dal padrone. E beveva all’osteria i suoi boccaletti di Ribola con una serenità veramente patriarcale. Pareva, a vederlo, la coscienza più tranquilla della parrocchia. E la memoria di quell’uomo mi condusse poi a conchiudere che la coscienza ognuno di noi se la aggiusta a proprio grado; cosicchè per molti sarebbe un sorbir un uovo quello che pare ad altri gravissimo malefizio. Mastro Germano ne aveva accoppati alquanti in tempo di sua gioventù in servizio del castellano di Venchieredo; ma di questa freddura egli pensava che sarebbe toccato al padrone sbrattarsela con Dio, e per sè, fatta la sua confessione pasquale, si sentiva innocente come l’acqua di fontana. Non erano cavilli coi quali tenesse quieti i rimorsi, ma una massima generale che gli avea ar-