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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/506


capitolo decimo. 479

fuggire; ma lo domando adesso per allora, qual bisogno c’era di questa precauzione se tutte le porte erano serrate? Se fossi stato Pompeo mi avrei messo il lembo della toga sul capo; invece incrociai le braccia sul petto, e diedi a quella ciurma vigliacca il sublime spettacolo d’un avogadore senza popolo e senza paura. Quel quadro plastico non durava da un minuto, che uno scalpitìo di cavalli, un accorrere e un urlare di popolo nella sottopposta contrada attrasse l’attenzione dei miei carcerieri. Tutti si precipitavano alle finestre quando s’intesero più distinte le grida di quel nuovo tumulto.

— I Francesi! I Francesi! Viva la libertà!... Largo ai Francesi! —

Rimasero come tante statue del convito di Medusa, chi qua, chi là, per la stanza. Io solo fui d’un salto alla finestra, e vidi giunto alla porta del capitaniato un drappello di cavalleggieri colle loro lancie, e intorno ad essi un tramestio, una confusione di pazzi, di curiosi, di fanatici, che parevano disposti a fracassarsi la testa l’uno contro l’altro per le diverse passioni che li agitavano.

— Vivano i Francesi!... Largo ai signori Francesi! —

Non c’era dubbio: quei cavalleggieri erano francesi, e si misero a picchiare colle loro lancie nella porta del capitaniato, urlando e bestemmiando con tutte le peste e i sacrebleu del loro vocabolario. Io gridai dall’alto che si sarebbe aperto sul momento; e le mie parole furono accolte da un raddoppio di grida ed entusiasmo nella folla.

— Bravo il signor avogadore!... Avanti il signor avogadore! —

Commosso da tanta bontà io m’inchinai, e corsi poi dentro per fare che si aprisse. Ma dentro nessuno mi udiva, tutti fuggivano all’impazzata qua e là per le stanze; alcuni si rimpiattavano negli armadi vuoti dell’archivio; altri cercavano le chiavi delle carceri per mescolarsi ai prigio-