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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/477

450 le confessioni d’un ottuagenario.

liere; e non parlava nè di farmi fare gli esami nè di mettermi in posto regolarmente. Quelle condizioni di ripiego gli accomodavano assai. Ed io tirava innanzi abbastanza contento delle benedizioni che mi venivano da tutti per la mia imparzialità, per la mia premura, sopratutto poi per la moderazione nel riscuotere le tasse. Donato, il figliuolo dello speziale, e il mugnajo Sandro, di antichi rivali che mi erano stati, divenuti allora miei compagni ed amici, mi crescevano il favor della gente coi loro panegirici. Insomma io provava allora la verità di quella massima, che nello zelante adempimento dei proprii doveri si nasconde il segreto di dimenticare i dolori, e di vivere meno male che si può.

La salute di Giulio Del Ponte che pareva ristabilirsi ogni giorno più, era la più cara ricompensa che m’avessi dei miei sacrifizii. Io riguardava quel miracolo come opera mia, e mi sarà perdonato se fra me neosava insuperbire. Raimondo, stanco stanchissimo di veder la Pisana portare gli abiti donatigli da lui, e affibbiarsi i suoi spilloni senza tornar per nulla alle tenerezze d’una volta, se l’avea svignata pulitamente. Giovandosi delle dissensioni che inacerbivano sempre più in casa Provedoni, e della vecchiaja omai quasi impotente del dottor Natalino, persuase egli Leopardo di accasarsi a Venchieredo per ajutarvi il suocero. Il buon pastriccione, sempre più infinocchiato dalla Doretta, accondiscese; e così tutti dicevano che il signor Raimondo era ben fortunato di abitar colla ganza sotto le stesse tegole. Il solo marito non credeva a ciò; egli era innamorato e più che innamorato servitore di sua moglie. Così le cose s’erano raccomodate o bene o male per tutti; ma il mondo non era solamente a Fratta, e fuori di là i romori, i guai, le minaccie di guerre e di rivoluzioni crescevano sempre. Le novelle di Venezia si chiedevano ansiosamente, si commentavano, si storpiavano, si ingrandivano e