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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/471

444 le confessioni d’un ottuagenario.

che io fossi tornato da Padova se non al mio entrar nella sala per un lieve saluto.

— Oh bella! e se avessi voluto vendicarmi della tua stessa freddezza?

— Via, via, bugiarda! E l’altra sera di che ti vendicavi dunque? Credi che io non sappia da quanto tempo dura questa tua scalmana per Raimondo!

— Ma se ti ripeto che tutto era per distoglier Giulio! Vorresti che avessi il coraggio di dargli un rifiuto se mi piacesse sul serio?

— Vedi, come fai smacco alla tua stessa virtù?... Ti vantavi pure poco fa del tuo rifiuto come di un gran sacrifizio!

La fanciulla restò attonita, confusa e stizzita. Era la prima volta che le sue lusinghe non mi trovavano pronto a farmi corbellare; e questo appunto la spronò a insistervi, perchè non era donna da ritrarsi da nessuna cosa senza prima averla spuntata.

Infatti fosse merito della mia presenza, della predica, o della sua bontà; il fatto sta che il suo bollore per Raimondo si sfreddò tutto d’un colpo, e il povero Giulio si vide onorato da alcuni di quegli sguardi, che tanto più sembrano cari quando sono da lunga pezza insoliti. In fondo in fondo, per altro, ella non dedicava a lui che la parte d’attenzione che gli veniva come persona della conversazione; e le premure della donzella tornavano a poco a poco a concentrarsi in me. Andò tant’oltre questa mia fortuna, che ne fui turbato e sconvolto. A Fratta, vicino alla Pisana, ammaliato dalle sue occhiate, dalla sua bellezza, infiammato dalle sue parole, rade, bizzarre, ma talvolta sublimi e tal’altra perfin pazze di delirio d’amore, io dimenticava tutto, io riprendeva la servitù d’una volta, era tutto per lei. Ma a Portogruaro mi si rizzava dinanzi come una larva la faccia cadaverica e beffarda di Giulio: io aveva paura, rabbia,