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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/446


capitolo nono. 419

speranze si dileguavano ogni giorno più; l’impazienza giovanile una volta delusa si volge facilmente in scoraggiamento; e la cera gioconda e trionfale dell’avvocato Ormenta tornava a darmi la stizza. Mediante una commendatizia del senatore Frumier sostenni con buon esito l’esame del secondo anno; e partii poscia da Padova così sconvolto e confuso che nel mio cervello non ci raccapezzava più nulla. Peraltro mi sapea duro di togliermi di colà senza chiarirmi meglio delle faccende di Amilcare, e confidando nel patrocinio della contessa e de’ suoi nobili parenti sperai che a Venezia sarei venuto a capo di qualche cosa. Chiesi dunque consiglio ai miei pochi ducati i quali mi permisero quella breve diversione se avessi usato la maggior parsimonia. Feci un fardello delle mie robe, e le imbarcai sul burchio; poi così per creanza fui a prender commiato dall’Ormenta.

— Ah buon viaggio, carino! — mi diss’egli. — Peccato che non siate rimasto con noi tutto l’anno; siete accorto, e sareste tornato a visitarmi sovente, e forse anco la signora marchesa vi avrebbe avuto al suo circolo. Riveritemi il padre Pendola, carino; e fidatevi agli attempati un’altra volta. I giovani credono troppo, e vi faranno fare dei cattivi negozii. —

Capisco ora quello che volle dire il caro avvocato, ma egli mi credeva un volpone ghiotto ed avaro simile a lui: allora non ci capii nulla. Dovetti peraltro, dietro suo invito, baciare in viso quel sucido figliuolo, che funzionava al solito nell’andito colla sua vestaccia nera e puzzolente. Questa cerimonia mi rese due volte più gradita la mia partenza da Padova; e del resto lasciava l’incarico alla fortuna di far comparire degno cancelliere un giovinastro di non ancora vent’anni.

Giunto a Venezia non perdetti tempo nè ad ammirare San Marco nè a passeggiare la riva, e deposto il mio fardello