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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/422


capitolo ottavo. 395

giero. Siamo forti contro la superbia, figliuol mio. Per ciò ne conviene essere umili; ubbidire, ubbidire, ubbidire. Comandi la legge di Dio; la legge che fu, la legge che è; non l’arbitrio di pochi invasati, che dicono di innovare, ma non tendono che a divorare! Capite, figliuolo, quel che voglio dire?... Così religione e patria si danno la mano; e vi preparano un bel campo di battaglia dove è dato sacrificarsi più degnamente che nella colpevole idolatria d’un affetto, o d’un interesse privato. —

Coll’una mano il reverendo padre mi prostrava nel fango; coll’altra mi sollevava alle stelle. Io scossi potentemente il mio giogo di dolore, e alzai libera ma costernata la fronte.

— Eccomi, — risposi. — Io spero di cancellare la prima parte della mia vita, sovrapponendovi la seconda più alta e più generosa. Dimenticherò me stesso ove non possa cambiarmi: cercherò doveri più santi, amori più grandi...

— Adagio con questi amori! mi interruppe il padre: non usate l’eguale vocabolario in materie così disparate. L’amore è un lampo che guizza, una meteora che passa. E nella vita nuova a cui vi eccito si vogliono la fede e lo zelo; due forze pensate e continue. La croce del sacrifizio e la spada della persuasione: ecco i nostri simboli; superiori di gran lunga alle corone di mirto, e alle colombe accoppiate. Ma la persuasione, figliuol mio, scaturisce dal sacrifizio nostro, ed è ricevuta negli animi altrui, come il calore prodotto dal sole è appropriato dal seme che fermenta e che germina. Non conviene farsi intoppo delle contraddizioni, dei livori altrui: la persuasione verrà; fatele strada colla perseveranza e colla forza. Quando si matura il trionfo del bene, giova perseguitare il male; ma perseguitarlo utilmente, sapientemente: perchè, figliuol mio, l’esercito dei martiri pur troppo non è molto numeroso, e