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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/350


capitolo settimo. 323

— Voleva dire, signora contessa, che appunto per la responsabilità che mi pesa addosso, mi bisognerà camminare coi calzari di piombo.

— Eh via! a lei, padre, basta un’occhiata per veder tutto!... Oh quanto mi tarda di veder stabilito questo ottimo patto di alleanza!... E mio cognato come sarà contento di poter avere in casa un uomo del suo calibro!... Domani subito, penseranno a provvedere d’una prebenda il cappellano attuale. Giacchè lo desidera, nulla di meglio! —

— Pure, signora contessa...

— No, padre, non faccia obbiezioni... la mi prometta di far questa grazia a mio cognato! giacchè gli è scappata una parola, non la ritiri...

— Io non dico di ritirarla, ma...

— Ma, ma, ma... non ci sono ma!... Guardi, guardi un po’ ora il signor Raimondo e la mia Clara! Come si guardano!... Non sembrano proprio due colombini...

— Se il Signore vorrà, non vi sarà mai stata un coppia più perfetta.

— Ma i disegni del Signore bisogna ajutarli, padre, e a lei tocca prima degli altri che è un suo degnissimo ministro...

— Indegno, indegnissimo, signora contessa! —

— Insomma io li aspetto domani a pranzo... me ne dirà qualche cosa del suo Raimondo.

— Accetto le sue grazie, signora contessa; ma non so... così a precipizio... Insomma non prometto nulla... Basta, mi costerà assai dividermi da quel buon figliolo. —

— Le assicuro che i miei cognati la compenseranno ad usura di quanto ella sarà per perdere.

— Oh sì lo credo, lo spero; ma....

— Insomma, padre, a domani — parleremo, ci concerteremo; io ne butterò un cenno stasera al Senatore, giacchè appunto restiamo con lui a cena.