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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/347

320 le confessioni d’un ottuagenario.

ser gradito ovunque e da tutti; soprattutto poi cercava ogni via di entrare in favore a Sua Eccellenza Frumier. Ma in questa faccenda l’andava da marinajo a galeotto; e il padre lo sapeva, e preferiva andar sicuro per le lunghe al precipitarsi sul primo passo.

Dopo un pajo di settimane egli diventò un essere necessario nel crocchio del senatore. In fino allora vi avea regnato una vera anarchia di opinioni; egli intervenne ad accordare, a regolare, a conchiudere. Gli è vero che le conclusioni zoppicavano, e che sovente un epigramma di Lucilio le aveva fatte capitombolare con grandi risate della compagnia. Ma il pazientissimo padre tornava a rialzarle ad assodarle con nuovi puntelli; infine stancheggiava tanto gli amici e gli avversari, che finivano col dargli ragione. Il senatore ci pigliava gusto in queste esercitazioni dialettiche. Egli era di sua natura metodico; e avvezzo per lunga pratica alle tornate accademiche, gli piacevano quelle dispute che dopo aver divertito qualche mezz’ora creavano se non altro un qualche fantasma di verità. Il padre Pendola riesciva a quello che egli non avea mai potuto ottenere da quei cervelli briosi, balzani che gli faceano corona; perciò gli concesse una grande stima di logico perfetto; il che nella sua opinione era il più grand’onore che potesse concedere a chicchessia. Non indagava poi se il padre Pendola fosse sempre logico con se stesso, o se la sua logica cambiasse gambe ogni tre passi per andare innanzi. Gli bastava di vederlo arrivare: non importava se colle gruccie di Lucilio o con quelle del professor Dessalli. Sia detto una volta per sempre, che quell’ottimo padre aveva un occhio tutto suo per discerner l’animo delle persone: e perciò in un pajo di sere non solamente aveva capito che l’affetto del nobiluomo Frumier voleva essere conquistato a suono di chiacchiere, ma aveva anche indovinato la qualità delle chiacchiere bisognevoli a ciò. Lucilio, che in fatto