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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/231

204 le confessioni d’un ottuagenario.

CAPITOLO QUINTO.


L’ultimo assedio del castello di Fratta nel 1786, e le prime mie gesta. — Felicità di due amanti, angosciose trepidazioni di due monsignori e strano contegno di due cappuccini. — Germano, portinajo di Fratta, è ammazzato, il castellano di Venchieredo va in galera, Leopardo Provedoni prende moglie, ed io studio il latino. Fra tutti non mi par d’esser il più infelice.


Gli è della storia della mia vita, come di tutte le altre, credo. Essa si diparte solitaria da una cuna per frapporsi poi e divagare e confondersi coll’infinita moltitudine delle umane vicende, e tornar solitaria, e sol ricca di dolori e di rimembranze, verso la pace del sepolcro. Così i canali irrigatori della pingue Lombardia sgorgano da qualche lago alpestre o da una fiumiera del piano, per dividersi, suddividersi e frastagliarsi in cento ruscelli, in mille rigagnoli e rivoletti: più in giù l’acque si raccolgono ancora in una sola corrente lenta, pallida, silenziosa che sbocca nel Po. È merito o difetto? — Modestia vorrebbe ch’io dicessi merito; giacchè i casi miei sarebbero ben poco importanti a raccontarsi, e le opinioni e i mutamenti e le conversioni non degne da essere studiate, se non si intralciassero nella storia di altri uomini che si trovarono meco sullo stesso sentiero, e coi quali fui temporaneamente compagno di viaggio per questo pellegrinaggio del mondo. Ma saranno queste le mie confessioni? O non somiglio per cotal modo alla donnicciuola che in vece de’ proprii peccati racconta al prete quelli del marito e della suocera, o i pettegolezzi della contrada? — Pazienza! — L’uomo è così legato al secolo in cui vive, che non può dichiarare l’animo suo senza riveder le buccie anche alla generazione che lo circonda. Come i pensieri del tempo e dello spazio si perdono nel-